Mortalità nei pazienti STEMI senza fattori di rischio modificabili standard: un’analisi disaggregata per sesso

Adattato da dott. Enri Gliozheni

Figtree GA, Vernon ST, Hadziosmanovic N et al.
Mortality in STEMI patients without standard modifiable risk factors: a sex-disaggregated analysis of SWEDEHEART
registry data.
Lancet 2021;397:1085-1094.
Nelle sindromi coronariche acute il controllo dei fattori di rischio modificabili (MRF) come il diabete,
l’ipercolesterolemia, l’ipertensione e l’abitudine tabagica ha determinato un netto miglioramento della prognosi a
medio-lungo termine.
Lo SWEDEHEART è un registro svedese che ha studiato retrospettivamente 62.048 pazienti con STEMI di età media
intorno a 68 anni con (52.820) o senza fattori di rischio modificabili MRF (9228).
Il più comune MRF è risultato essere:
1-ipertensione (70%),
2-ipercolesterolemia (48%),
3-abitudine tabagica (32%),
4-diabete (22%).
L’endpoint primario dello studio era la mortalità per tutte le cause a 30 giorni dall’evento acuto. Endpoint secondari
erano gli eventi avversi cardiovascolari maggiori (MACE, morte per tutte le cause, infarto miocardico ricorrente, ictus,
scompenso cardiaco, mortalità cardiovascolare, reospedalizzazione per scompenso cardiaco, rivascolarizzazione
coronarica, sanguinamenti maggiori e shock cardiogeno intraospedaliero).
Sono stati analizzati i dati durante il ricovero, a 30 giorni, 5 anni e al termine del follow-up di ben 12 anni.
Lo STEMI senza MRF non è risultato un’evenienza rara, raggiungendo il 15% dei soggetti, frequentemente individui di
sesso maschile (17% vs 10% per il sesso femminile, p<0.001); questi soggetti avevano una alta probabilità di
presentazione con arresto cardiaco, avevano la troponina più alta ed una più marcata disfunzione sistolica all’esordio.
Alla coronarografia una coronaropatia multivasale era meno frequente, risultava malata frequentemente la discendente
anteriore, spesso era presente una dissezione coronarica spontanea (1.7% vs 0.8% dei casi con MRF, p<0.0001).
Il braccio senza MRF assumeva meno farmaci indicati nel post infarto come gli ace-inibitori/sartani (75% vs 82%,
p<0.0001), statine (85% vs 88%, p<0.0001), beta-bloccanti (88% vs 91%, p<0.0001).
La mortalità intraospedaliera risultava più alta nel gruppo senza MRF (9.6% vs 6,5%, p<0.0001, martalità più alta nelle
donne) cosi come la percentuale di shock cardiogeno (6.3% vs 4.1%, p<0.0001).
A 30 giorni la situazione non cambia: il gruppo senza MRF presenta tassi di mortalità per tutte le cause più alti (11.3 vs
7.9, p<0.0001), con prevalenza della mortalità cardiovascolare. Le differenze tra i due gruppi (con MRF vs senza MRF)
erano più evidenti sempre nel sesso femminile (17.6% vs 11.2%).
A 5 anni e al termine del follow-up persistono queste differenze tra i 2 gruppi ma le curve indicano che la maggiore
differenza è localizzata temporalmente nei primi 30 giorni.
I dati suggeriscono che i soggetti senza MRF hanno una mortalità più alta dopo STEMI intraospedaliera e nel breve
periodo (30 giorni) che persiste in modo minore anche nel lungo termine con il sesso femminile più a rischio in tutte le
fasi. L’incremento della mortalità in questa popolazione potrebbe essere spiegato dal minor impiego dei farmaci
sopraelencati che hanno dimostrato di migliorare la prognosi nel post infarto.

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